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Il nostro grazie a Giacomo Bersanetti il designer che ci ha insegnato a vestire il vino

A fine marzo, con dolore e costernazione, abbiamo appreso la notizia della scomparsa di Giacomo Bersanetti, forse uno dei maggiori, più conosciuti ed estrosi “designer del vino” a livello internazionale. Giacomo e i suoi collaboratori avevano da poco terminato il restyling delle etichette di Duchessa Lia che, a partire dalla primavera 2020, sostituiranno le precedenti.


Classe 1957, Giacomo Bersanetti si specializzò all’Accademia di Belle Arti di Bergamo, per poi proseguire la formazione a Urbino, Carrara e Milano, dove ebbe modo di incontrare alcuni degli artisti e designer che, di lì a poco, avrebbero influenzato la scena italiana: Silvio Coppola, Bruno Munari, Roberto Sambonet, Sergio Asti, Fabrizio Ferri. Nel 1983 fondò a Bergamo, con Chiara Veronelli, lo studio Congegno, che sarebbe poi diventato SGA Corporate e Packaging Design. Una carriera sempre a contatto con i grandi: Luigi Veronelli e la sua rivista L’Etichetta, il restyling de La Stampa, quello delle collane Feltrinelli. E, soprattutto, l’assidua e generosa collaborazione con le principali cantine italiane, verso cui Bersanetti ha sempre dimostrato una vocazione particolare.

Chi lo ha conosciuto racconta che le etichette (fino agli anni ’80 bistrattate, anonime e standardizzate) erano da lui considerate un veicolo di valori culturali e simbolici, un mezzo per entrare in contatto diretto con l’essenza del vino e con la storia del suo produttore. Ogni etichetta andava non solo curata nei dettagli, ma progettata per veicolare un messaggio: anche in forme molto innovative e poco tradizionali, grazie all’impiego di tecniche e lavorazioni che forse a nessun vignaiolo sarebbe venuto in mente, non a un visionario come lui.

Anche Duchessa Lia ha avuto la fortuna e il piacere di incontrare Giacomo Bersanetti e il suo team di creativi, a cui, l’anno scorso, ha affidato un “refresh” delle etichette di tutti i vini fermi e del Moscato d’Asti Docg. Un lavoro di fino, giocato sui dettagli, studiato per preservare la storia e la tradizione di Duchessa Lia sottolineando l’eccellenza dei vitigni piemontesi e il rispetto per le sue nobili varietà.

Per capire meglio l’intervento effettuato e rendere omaggio al grande dei “designer del vino”, abbiamo intervistato i figli di Giacomo, Zeno Luca Bersanetti, oggi art director dello studio SGA.

A loro, a Giacomo, a tutta la sua famiglia e ai suoi collaboratori vogliamo dire grazie e far sentire loro la nostra vicinanza.

Zeno e Luca Bersanetti, l'epidemia ancora in atto, purtroppo, ci ha privato di uno dei "designer del vino" più importanti e originali del panorama enoico. Se doveste ricordare la creatività e l'estro di Giacomo Bersanetti in poche parole, come la caratterizzereste?

La descriveremmo indicando alcuni principi fondamentali che hanno da sempre caratterizzato il suo approccio lavorativo: ricerca continua e costante dell’originalità, estrema capacità di sintesi e cura del dettaglio. Nostro padre si poneva innanzi a ogni progetto con atteggiamento pionieristico: non importava quanto fosse accidentato il percorso, il suo obiettivo primario era cercare e individuare quelle soluzioni che avrebbero “distinto” un'etichetta da tutte le altre, evitando il riproporsi d’idee consolidate e superando la saturazione espressiva della grafica autoreferenziale (quando le vestizioni parlano di sé senza alcun contenuto concettuale). Una scelta valida anche per tutti quei progetti precedentemente concepiti dal nostro stesso team di lavoro, al fine di evitare il “manierismo” contemporaneo. Questo approccio di pensiero si materializzava in un segno distintivo per ciascun progetto; un marchio, un carattere, una decorazione, una fustella, texture, vetro originale, ecc., elevato “a punto focale della vestizione” con uno scopo ben preciso: essere in grado di comunicare all’osservatore qualcosa “di più”. A tal fine il segno doveva essere sintetizzato al limite estremo della sua capacità comunicativa; ogni curva, ogni proporzione, ogni composizione, ogni tratto e colore veniva curato nel minimo dettaglio senza lasciare nulla al caso.

Qual è, secondo voi, uno degli insegnamenti che resterà più a lungo del suo lavoro? Che cosa ha cambiato Giacomo nel modo di concepire le etichette?

Crediamo si possa rispondere a queste domande tramite due insegnamenti fondamentali che abbiamo appreso lavorando con nostro padre:

  1. Un progetto deve parlare a chi lo osserva, vivendo per sempre
  2. Bisogna recarsi nei luoghi in cui le etichette prendono vita

L’originalità di un’etichetta non si misura nella fase immediatamente successiva alla sua realizzazione e immissione sul mercato, ma nel medio/lungo periodo. La sua longevità è indissolubilmente legata alla capacità di saper “parlare” al consumatore: comunicare una “storia”, un “racconto”, una “emozione” che vada oltre il primo sguardo per rimanere nella memoria di chi la osserva, caratterizzando la bottiglia e rendendola riconoscibile in qualunque luogo si trovi esposta, sia un supermercato, un bar, enoteca, catering, ristorante o una piacevole tavolata familiare. Se un progetto è valido e presenta dei contenuti innovativi, interessanti o trattati con la dovuta efficacia, come nel caso di un restyling, allora potranno passare molti anni, decenni, se non di più ma la freschezza originale, l’input in grado di cogliere l’interesse del consumatore e di generare opinioni/impressioni, rimarranno immutati.

Nel suo processo creativo, nostro padre riteneva fondamentale la relazione diretta con quei “luoghi e persone” raccontati in un progetto: il territorio modellato dalle coltivazioni, le vigne, le cantine e, forse ancora di più, coloro che infondono nel vino il proprio sapere, i vignaioli. Tutto questo era per lui, come per noi che proseguiremo il suo lavoro, fonte inesauribile d’ispirazione. Inoltre, al fine di raggiungere il risultato preposto, Giacomo era in prima linea al processo di stampa tra inchiostri, carte, lamine, macchinari rumorosi e personale tecnico. Sempre presente nei luoghi dove le etichette prendono vita.

Duchessa Lia ha recentemente ultimato il restyling delle sue etichette proprio con lo studio SGA. Come avete lavorato sulle nuove proposte e per raggiungere quali obiettivi?

Duchessa Lia è uno di quei progetti che abbiamo gestito con estrema cautela, trattandosi di una brand dall’identità ben consolidata e fortemente riconosciuta dal consumatore. Era necessario muoversi in determinati confini per ottenere il miglior risultato finale: un’evoluzione efficace nel segno della continuità. L’operazione di restyling ha comportato un intervento sul simbolo: il ritratto della Duchessa è stato semplificato sia nel disegno che nel numero di colori. In risposta alla maggior attenzione ai principi di sostenibilità ambientale, la nuova versione monocromatica ha permesso di eliminare l’utilizzo della lamina a caldo e per lo stesso motivo, nei prodotti base dei semplici fili in rilievo hanno sostituito quelli in oro.  

Ai vini più importanti è stato attribuito un formato etichetta di dimensioni maggiori e una caratterizzazione che li distingue ulteriormente: un sistema di cornici più complesso realizzato, anche in questo caso, senza lamina a caldo ma con un rilievo a secco estremamente elegante e raffinato. Inoltre queste etichette riportano dei testi descrittivi che raccontano le singole vendemmie. Le vestizioni dell’intera gamma sono state riviste migliorandone sia lo stile, più contemporaneo e minimalista, che la leggibilità delle informazioni, conservando una totale riconoscibilità dei prodotti.


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